Quando è successo?

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Oggi uscendo dal lavoro ero di corsa come al solito e mi sono scontrata con una collega che era di fretta come la sottoscritta e mi sono detta, per fortuna un’altra ragazza come me. E subito dopo, no, ma aspetta un attimo, da quando mi “fa piacere” sapere che c’è un’altra donna che è sempre di corsa?
Ma soprattutto quando è successo che devo fare sempre tutto io?
Ci sono giorni che sono così stanca che non so nemmeno io come riesca ad arrivare a sera.
La mattina mi sveglio presto per prepararmi ed avere la possibilità di preparare i nani, cerco di sistemare casa e mi accorgo di correre, ma letteralmente eh, da una stanza all’altra. E da quando usciamo è una corsa dietro l’altra.
Ma non l’ho deciso io. Io sono sempre stata quella della parità, a casa si fa il 50% per uno.
Ma questo era nella mia testa.
La realtà?
Gestione nani; mia, compresi i colloqui con le insegnanti, le riunioni, gli incontri, le visite dal pediatra, dal dentista, corse al pronto soccorso (per fortuna poche), e le visite sportive.
Gestione casa: mia. In tutto e per tutto, tipo che qui la lavatrice non è mai partita senza di me.
Regali per tutti, indovinate? Sempre e solo io. E sorvolo sull’unico regalo che deve prendere mio marito, che sarebbe il mio…a Natale abbiamo rischiato il divorzio!
Organizzazione vacanze, nani malati, cre estivi, cene varie con amici, cosa ve lo dico a fare? Mia e ancora mia.
Poi per carità, se chiedo un aiuto a mio marito, se non è al lavoro, me lo da…anche perché è una bravissima persona, questo è fuori discussione, ma non si tratta di aiuto, lui non mi dovrebbe aiutare, lui dovrebbe sentirsi responsabile tanto quanto me di tutto.
E sapete a quale conclusione sono arrivata? Che la colpa di tutto questo è mia e solo mia. Sono io che all’inizio del matrimonio volevo essere la moglie “perfetta” e quindi mi prodigavo per poter fare tutto al meglio.
Sono io che non delego mai.
Sono io che per anni ho cercato di fare tutto, trattenendo il fiato, continuando a correre, a volte con le lacrime agli occhi ma il sorriso stampato in faccia per non lasciare trapelare quello che avevo nel cuore.
Sempre e solo io che ho deciso di dare la possibilità a lui di fare carriera, spupazzandomi i nani piccolissimi (nano piccolo era appena nato) aspettando a casa 4/5 sere su 7 (e spesso la domenica mattina) lui che tornava alle 21 con cena pronta, of course, e senza aiuti, se non quella del mio santo papà. Giuro che a volte quando ripenso a quel periodo mi viene da piangere e non riesco ancora a capacitarmi di come io sia riuscita a superarlo.
E so che siamo in tantissime.
E non sto facendo la piagnona, ci mancherebbe, non è nel mio stile, è solo che a volte avrei bisogno di un attimo di respiro.
Di qualcuno che mi dicesse che andrà tutto bene. Di qualcuno che a volte mi sollevi da tutte le corse giornaliere. Dalla paura di non farcela. Perché se è vero che i sorrisi dei miei figli sono la ricompensa più grande, anche un abbraccio forte forte e una persona che mi dica: “Ora riposa, penso io a te e a tutto il resto oggi” non sarebbe così male, o no?!

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